Tirocinio con gli occhi dello studente

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TIROCINIO VISTO CON GLI OCCHI DELLO STUDENTE”

La laurea in infermieristica fu istituito il 19 novembre 1990 con la legge n.341, con obbligo delle regioni di stipulare protocolli d’intesa con le altre università entro il 1 gennaio del 1996. In questo modo le scuole venivano sostituite dal diploma di laurea, necessario per esercitare la professione.

La laurea prevede 1500 ore di tirocinio pratico, che sono obbligatorie, presso strutture messe a disposizione per la formazione degli studenti da parte del SSN. Il primo anno le ore di tirocinio sono inferiori rispetto alle ore del 2 e 3 anno e di solito, viene assegnato allo studente il turno diurno (mattina-pomeriggio); dal 2 anno invece, si entra in pieno turno, facendo il turno di h 24 ore, in modo tale che lo studente abbia la possibilità di fare anche le notti, e quindi di avere una diversa realtà del lavoro degli infermieri. Per molti studenti il tirocinio è il momento più bello del percorso, mentre per altri il momento più critico. Quando si entra per la prima volta in un reparto, l’ansia e la paura di non essere adeguato, di non capire dove mettere le mani, ma come penso, sia normale per chi non ha mai avuto a che fare con i pazienti, i colleghi, e soprattutto, con la salute delle persone. In questo particolare momento il Tutor ha un ruolo molto importante: aiutare lo studente ad entrare nell’ottica del reparto e affiancarlo per potergli permettere di svolgere quelle tecniche e competenze che sono state insegnate fin ad ora.

Il tutor diventa un punto di riferimento, un compagno di tirocinio, colui che è a fianco dello studente e si prende la responsabilità di formare e seguire nel percorso formativo. Ora però alzi la mano chi almeno una volta è stato “snobbato” o trattato come un “peso” in quanto uno studente, oppure semplicemente sia stato demotivato da quelle stesse persone che dovrebbero incoraggiare i giovani studenti alla pratica infermieristica, o chi e stato messo a svolgere mansioni non proprio competenti alla figura infermieristica. Tutti noi studenti almeno una volta, durante il percorso abbiamo incontrato chi diciamo “non era proprio simpatico” e trovava nello studente una sorta di “seccatura”. Per quanto mi riguarda la mia esperienza, nei tirocini ho anche trovato infermieri competenti e con particolare interesse alla formazione, considerando lo studente non come una “cosa in più” ma come il “futuro collega” da formare, trasmettendogli il prezioso sapere dell’esperienza, permettendo così di vivere il tirocinio a 360 gradi, senza ansie, paure o demotivazioni. Come in ogni realtà lavorativa, anche l’ambiente lavorativo, porta i suoi risvolti, sia negativi che positivi, ma è compito del tutor stesso tutelare questi studenti inesperti, ma che comunque stanno apprendendo una professione mostrando interesse e voglia di apprendere.

Non voglio screditare il professionista, poiché sono profondamente convinta che il malessere della situazione in cui versa la categoria infermieristica sia alla base di un malcontento che porta a determinati comportamenti, ma voglio sottolineare che noi studenti siamo li per imparare e che se lo studente non viene coinvolto, automaticamente non si sentirà parte dell’equipe di sicuro non vivrà serenamente questo momento di crescita professionale. Se da una parte vi sono queste problematiche, dall’altra parte può accadere che sia lo studente stesso a non comportarsi bene, attirando così l’ira, giustificata, di chi sacrifica tempo e fiato per formare lo studente,.

E allora come comportarsi con quegli studenti che non hanno comportamenti idonei al tirocinio?

La soluzione più efficace come per tutti è di instaurare un rapporto di comunicazione con lo studente,riflettendo insieme su quali comportamenti e motivazioni lo stanno spingendo a comportarsi in quella maniera per cercare di risolvere situazioni non del tutto piacevoli,prima di coinvolgere la sezione formativa del corso di laurea.

Ogni situazione va valutata a sé, ovvero deve essere affrontata diversamente a seconda del caso e delle circostanze. Come il tutor può affrontare queste problematiche con lo studente, quando anche lo studente con “poca empatia” deve essere libero di poter esprimere educatamente, e rispettosamente quelle circostanze che gli stanno impedendo di svolgere tranquillamente il tirocinio.

Al di là di questo, il consiglio che vi posso dare a tutti quei colleghi studenti, e futuri professionisti, è di non abbattervi mai, di credere in voi stessi e nelle vostre capacità, non peccando di presunzione,

di avere fiducia e mostrandosi partecipi nelle attività, pensando che questa è la parte più bella del percorso formativo, quella che vi farà capire se volete essere infermieri, quella che darà soddisfazioni e gratificazioni. I pazienti vi vedono, vi sentono, ringraziandovi quando avrete quel gesto di premura in più nei loro confronti. Se capitano momenti difficili e di sconforto non abbiate timore, parlatene, e dobbiamo essere in grado di affrontare anche questi momenti di difficoltà,tramite un canale di comunicazione,permettendo di risolvere le situazioni spiacevoli.

Durante il tirocinio ci siamo messi alla prova; oltre alle nozioni apprese in aula, abbiamo fatto uscire la parte migliore di noi, quella che ci ha spinti a iscriverci a questo corso. La nostra empatia, il nostro cuore, la voglia di aiutare il prossimo. La scelta del reparto durante i primi due anni di tirocinio viene fatta dai nostri docenti, mentre al terzo anno abbiamo la possibilità di esprimere le nostre preferenze.

Stabilita la data, indossata la divisa da lavoro, rimosso lo smalto alle unghie, anelli e quant’altro, e riposto il fonendoscopio nella tasca,inizia l’avventura con il primo giorno di tirocinio. La prima settimana va un po’ così, ma poi con il passare dei giorni è tutto in salita. Ci si confronta con il dolore, sofferenza, a volte anche la morte. Ci sono i “grazie”, i sorrisi, le parole di cortesia, i bei gesti, Ci sono pazienti diversi. Chi ci mette un secondo a raccontarti la sua vita, di quando era giovane e bello, di chi ha viaggiato tanto, chi ha bisogno di un accarezza, e chi invece non ne vuole proprio sapere. Ho imparato ad approcciarmi in maniera diversa in base a chi mi ritrovavo di fronte. Una cosa che non cambio mai quando entro in una stanza: il sorriso.

Al primo anno del mio tirocinio mi sono ritrovata nel reparto di Malattie Infettive, mi sentivo un disorientata. E’ stato veramente difficile, non sapevo muovermi, cosa fare in quel momento. Poi ho conosciuto i miei primi pazienti. Mi ricordo di Max che si lamentava con la caposala di continuo perchè il vicino di letto faceva troppo rumore, o di Paolo che piangeva sempre perchè era malato di cirrosi, di Silvia che le avevano amputato una gamba , ma anche un braccio, ma sorrideva sempre.

Vedevo gente che piangeva ogni giorno, perchè la vita era stata troppo ingiusta, perchè il tumore era troppo grosso affinchè il chirurgo riuscisse a farli vivere ancora, a dar loro una speranza di vita.

Tornando a casa, ogni giorno mi chiedevo perchè fosse tutto cosi difficile, così cattivo e doloroso.

Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato di lasciare, non riuscivo a darmi una risposta..davanti a tutto quel dolore e in realtà non lo trovata.. non la troverò mai. Ho solo capito che ero nel posto giusto, perchè sapevo di poter fare qualcosa nel mio piccolo. L’ultimo paziente che ho conosciuto in quel reparto e stato Luca, un tipo strano sulla quarantina, sempre un po’ con il muso lungo. Ogni volta che entravo nella sua stanza aveva le cuffiette nelle orecchie, non riuscico mai a parlarci.

Un giorno sono entrata con il mio lettore Mp3 e gli è lo dato; questo gesto l’ha fatto sorridere come non lo avevo mai visto, e si è messo ad ascoltare la mia playlist.

Quel giorno Luca ha conosciuto Ludovico Einaudi e penso che, come me, se ne sia innamorato. Un’altro reparto che non scorderò mai è stata la sala operatoria di Neurochirurgia. Il paziente viene addormentato per la maggior parte del tempo, ma nel momento prima dell’operazione, vede facce sconosciute con cuffiette e mascherine, telini verdi, ferri, in un ambiente freddo e sterile.

Una delle poche persone con cui il paziente parla e riconosce la propria identità è l’infermiere. Una mattina mi ritrovai davanti a un uomo sulla quarantina, era molto turbato e ansioso per l’operazione, gli feci qualche domanda per rompere il ghiaccio, gli spiegai in cosa consisteva l’intervento, e altre cose che prima di me,qualcuno si era dimenticato di spiegare. Gli chiesi cosa facesse nella vita, i suoi interessi, da dove veniva; quando arrivò il momento dell’anestesia, mi prese la mano e mi ringraziò per essere stata con lui in quel momento tanto difficile e delicato. Episodi di questa natura mi fanno innamorare del mio lavoro, al di là della pratica assistenziale, del somministrare farmaci, dispositivi di supporto, medicazioni, prelievi..

Il rischio che si corre è quello di affezionarsi troppo ai pazienti e farsi coinvolgere, non riuscendo in alcuni casi a lasciare lo stress in corsia derivato dal vedere morire i propri pazienti. La verità è avere a che fare con la morte,sconvolge ed è un evento più grande di noi, a cui non ci si abitua mai. Purtroppo, soppratutto nelle situazioni stressanti e tragiche non basta la buona volontà.

Quando sei un infermiere, sai che tutti i giorni toccherai una vita e una vita toccherà te.

Mostrate fiducia nei vostri uomini ed essi faranno in modo di meritarsela; trattateli da professionisti seri, ed essi faranno di tutto per meritarsela”

Ralph Waldo Emerson

Scritto da: Marta corrias

Categoria: Tirocinio-Infermieri

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